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Federico Quaranta
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Federico Quaranta è pronto a tornare: «Cammino in silenzio per raccontarvi l’Italia più vera»

Sonia Russo
Sonia Russo
Aprile 27, 2026

In questo articolo

  • «Si può essere radicali e non violenti»
  • «Il silenzio pieno cambia lo sguardo»
  • Sua figlia è casa
Federico Quaranta, promosso in access time su Rai3, torna tra qualche settimana con Il Provinciale, che dà voce all’anima autentica del nostro Paese.

Con il trasloco in access time su Rai3, Il Provinciale ha compiuto un salto decisivo e con lui il suo conduttore, Federico Quaranta, che da anni attraversa l’Italia lontana dai riflettori per restituirle voce e profondità. Arrivare nella fascia più centrale e competitiva della giornata televisiva non è stata solo una scelta di palinsesto, ma una presa di posizione culturale. «Portare la provincia in access time significa togliere l’alibi a tutti: alla Rai, al pubblico e a me. Se funziona lì, vuol dire che il Paese reale interessa ancora. Se non funziona, vuol dire che abbiamo perso il gusto di guardarci allo specchio. La responsabilità è questa: non folklorizzare l’Italia interna. Restituirle dignità senza farne un santino», ha affermato il presentatore. Parole che suonano come una dichiarazione d’intenti e anticipano la sfida che, dopo l’esperimento del mese di marzo, è pronto a raccogliere: tornare a maggio, sempre in access time, con cinque puntate inedite a settimana per continuare a raccontare l’Italia che resiste, lavora e custodisce memoria senza trasformarla in cartolina, ma riconoscendole finalmente il posto che merita, nel cuore della televisione pubblica.

«Si può essere radicali e non violenti»

Federico Quaranta (56 anni), nato a Genova il 27 marzo 1969, è un conduttore, un autore televisivo e un conduttore radiofonico. È al timone de "Il Provinciale" dal 2020.
Federico Quaranta (56 anni), nato a Genova il 27 marzo 1969, è un conduttore, un autore televisivo e un conduttore radiofonico. È al timone de "Il Provinciale" dal 2020.

Lei parla spesso di “anima” dei luoghi. Qual è, a suo giudizio, l’anima dell’Italia che ha incontrato lungo la dorsale appenninica?
«L’anima è una parola grossa, ma se devo dirla: è un’Italia che resiste senza proclamarsi resistente. Gente che non si racconta ma resta. L’Appennino è la spina dorsale fragile e ostinata di un Paese che vive sulle coste e dimentica l’ossatura».

Per raccontarci l’Italia, cammina tra boschi, sentieri, strade consolari e tratturi. Che cosa accade dentro di lei quando cammina? 
«Camminare per me è un atto fisico e mentale. Serve al programma, certo. Ma serve soprattutto a me per pensare. Se non cammino, parlo peggio. Se cammino, ascolto meglio. È un gesto necessario, quasi terapeutico».

Di recente, ha dedicato una puntata al Cantico delle Creature, a 800 anni dalla morte di San Francesco. Che cosa le ha insegnato, oggi, quel testo che viene considerato la prima poesia italiana?
«Il Cantico mi ha insegnato che si può essere radicali senza essere violenti. Francesco nomina le cose e le riconosce sorelle. Oggi viviamo sopra le cose, non con le cose. Quel testo è un atto politico, prima ancora che spirituale».

Seguendo le orme di Francesco, lei incontra scienza, natura, fede, arte. Come convivono razionalità e spiritualità nel suo modo di guardare il mondo?
«Per me non sono compartimenti stagni. La scienza spiega, la fede interroga, l’arte tiene insieme. Io non ho certezze granitiche, ma ho bisogno di tenere aperta la domanda. La razionalità mi tiene in piedi, la spiritualità mi impedisce di diventare cinico».

«Il silenzio pieno cambia lo sguardo»

Federico Quaranta è pronto a tornare: «Cammino in silenzio per raccontarvi l’Italia più vera»
In passato, dal 2008 al 2013, è stato sposato con Simona Branchetti. I due si sono lasciati in maniera pacifica e hanno mantenuto buoni rapporti.

Ha attraversato luoghi simbolici come La Verna, Assisi, Gubbio, Spoleto. C’è stato un momento in cui ha avvertito una forma di silenzio “pieno”, capace di cambiarle lo sguardo?
«Sì, più di una volta, sia a La Verna che sul Carso. Il silenzio pieno è quando non senti il bisogno di commentare. E per uno che vive di parole è una lezione di umiltà».

A proposito del Carso triestino, terra di confine e di ferite ancora aperte, quelle delle Foibe. Che cosa significa raccontare un territorio che porta addosso il peso della Storia?
«Il Carso non è un set; è una ferita geologica e storica. Raccontarlo significa stare attenti a non usare la memoria come scenografia. Lì la Storia pesa ancora. E se la tratti con leggerezza, sbagli mestiere».

Nel Carso convivono tragedia e bellezza, memoria e natura selvaggia. È una dualità che riconosce anche nell’Italia di oggi?
«Tragedia e bellezza convivono ovunque. L’Italia è un Paese capace di produrre arte sublime e disattenzione cronica. Memoria cortissima, paesaggio lunghissimo. La dualità è la nostra cifra».

Trieste è una città che ha ispirato grandi scrittori. Che rapporto ha lei con la letteratura? 
«Non capisco i luoghi senza i libri. Se ci sono autori che mi hanno aiutato a capire meglio i luoghi che ho raccontato? Rigoni Stern, Pasolini, Sciascia, Magris. Gli scrittori sono cartografi dell’invisibile. Se racconti territori senza averli letti, resti in superficie».

Lei da anni racconta l’Italia meno urlata, più appartata. Si è mai sentito, in qualche modo, anche lei “provinciale”? E se sì, in che senso?
«Sì, e lo rivendico. Provinciale non è chi viene dalla provincia: è chi guarda le cose da vicino. Io preferisco lo sguardo ravvicinato a quello dall’alto. La provincia è una postura mentale».

Che cosa le ha insegnato la provincia sulla parola “comunità”? 
«La provincia mi ha insegnato che comunità non è una parola romantica: è fatica quotidiana. È conoscersi, sopportarsi, aiutarsi. Oggi è più fragile, ma non è morta. Sopravvive dove c’è ancora relazione reale».

Sua figlia è casa

Nella vita privata il conduttore Federico Quaranta è padre della piccola Petra, la bambina nata dalla relazione con la compagna Giorgia.
Nella vita privata il conduttore Federico Quaranta è padre della piccola Petra, la bambina nata dalla relazione con la compagna Giorgia.

Nel suo quotidiano, lontano dalle telecamere, che cosa la fa sentire davvero a casa? 
«Pochissime cose: mia figlia, il silenzio, un tavolo apparecchiato senza formalismi. E il mare di Genova, ogni volta che torno. Il resto è lavoro».

Quando torna da questi viaggi, che cosa resta dentro di lei? 
«Resta la consapevolezza di quanto il Paese sia meglio delle sue rappresentazioni. E resta anche la stanchezza. Perché vedere molto significa portarsi dietro molto».

La società di oggi è dominata dalla velocità e dall’iperconnessione, eppure lei sceglie il cammino lento. È una forma di resistenza? Che rapporto ha con i social e la tecnologia?
«La lentezza oggi è un atto quasi sovversivo. Non rifiuto la tecnologia, ma rifiuto la frenesia. I social li uso, ma non devono usare me. Il cammino è un modo per rimettere il corpo dentro il pensiero».

Un’ultima domanda: dopo aver percorso tratturi, montagne e terre di confine, qual è la domanda che oggi sente più urgente rivolgere all’Italia e a se stesso?
«All’Italia chiederei: vuoi ancora essere una comunità o solo un mercato? A me stesso chiedo: stai raccontando davvero il Paese o stai raccontando il racconto che di te si aspettano?». 

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